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Il lutto non è una malattia: comprendere cosa accade quando perdiamo una persona cara

Il lutto non è una malattia: comprendere cosa accade quando perdiamo una persona cara

A cura di Dott.ssa Nicoleta Pop-Span
Psicologa, Psicoterapeuta e Neuropsicologa – EMDR Practitioner

elaborazione del lutto

La morte di una persona importante può cambiare profondamente la nostra quotidianità. Non scompare soltanto una presenza: cambiano abitudini, ruoli, relazioni, progetti e, talvolta, persino il modo in cui immaginiamo noi stessi e il nostro futuro.

Chi attraversa una perdita può allora domandarsi: “Perché sto ancora così male?”, “È normale che continui a pensarci?”, “Perché non riesco a concentrarmi?”, oppure “Perché ieri sembravo stare meglio e oggi mi sembra di essere tornato al punto di partenza?”.

Comprendere cosa accade durante un lutto è un primo passo importante per non trasformare una reazione profondamente umana in qualcosa di cui avere paura.

Il lutto è una risposta alla perdita

Il lutto non è, di per sé, una malattia. È una risposta naturale alla perdita di una persona con la quale esisteva un legame significativo.

Fondamentale è la parola legame.

Quando qualcuno fa parte della nostra vita per molto tempo, la sua presenza entra nella nostra organizzazione quotidiana: sappiamo quando telefonargli, riconosciamo i suoi passi, immaginiamo cosa direbbe in determinate situazioni, facciamo programmi tenendo conto della sua esistenza.

Dopo la morte, sappiamo razionalmente che quella persona non tornerà, ma la nostra esperienza emotiva ha bisogno di tempo per integrare una realtà così grande.

Per questo può capitare di pensare istintivamente: “Devo raccontargli questa cosa”, di prendere il telefono per chiamare, di aspettarsi per un attimo di sentire una voce familiare o di avere l’impressione di riconoscere la persona tra la gente.

Il sistema di attaccamento, che ci permette di costruire e mantenere i nostri legami affettivi, non si spegne nel momento della morte. Per un certo periodo continua, in qualche modo, a cercare la persona significativa. Nei materiali dedicati all’elaborazione del lutto questo meccanismo viene indicato come uno degli aspetti che aiutano a comprendere perché l’assenza debba essere integrata progressivamente. 

Il lutto coinvolge emozioni, mente e corpo

Quando pensiamo al lutto immaginiamo soprattutto la tristezza e il pianto. In realtà, le reazioni possono essere molto più ampie.

Possono comparire rabbia, paura, senso di colpa, nostalgia, impotenza, solitudine, confusione o una sensazione di vuoto. Alcune persone sentono il bisogno di parlare continuamente di chi è morto; altre fanno fatica persino a pronunciarne il nome.

Anche i pensieri possono cambiare. Sono frequenti ricordi involontari, difficoltà di concentrazione, memoria meno efficiente e pensieri come “se avessi…” oppure “avrei dovuto…”. Possono modificarsi anche il sonno, l’appetito, l’energia e la capacità di svolgere le normali attività quotidiane. 

Non tutte le persone manifestano queste reazioni e non tutte le sperimentano con la stessa intensità. 

Ogni lutto porta con sé la storia della persona che è morta, ma anche la storia di chi rimane.

Il lutto può iniziare prima della morte

Per familiari e caregiver è importante considerare anche un’altra esperienza: il lutto anticipatorio.

Quando accompagniamo una persona con una malattia grave o progressiva, possiamo iniziare a confrontarci con la perdita prima che avvenga la morte. Possono cambiare l’autonomia della persona, i ruoli familiari, la comunicazione, la quotidianità e i progetti condivisi. Nei materiali sul lutto, quello anticipatorio viene infatti descritto come un dolore che può iniziare durante una malattia prolungata e che non sostituisce necessariamente il lutto successivo alla morte. 

Per un caregiver questo può creare emozioni apparentemente contraddittorie: amore e stanchezza, speranza e paura, desiderio di continuare a prendersi cura della persona e bisogno di avere qualche momento per sé.

Riconoscere questa complessità è importante. L’accompagnamento alla fine della vita richiede infatti attenzione non soltanto ai bisogni fisici, ma anche alla sofferenza psicologica, relazionale, sociale e spirituale della persona e della famiglia. 

Non esistono cinque tappe obbligatorie

Uno dei concetti più conosciuti sul lutto riguarda le cosiddette cinque fasi associate al lavoro di Elisabeth Kübler-Ross: negazione, rabbia, contrattazione, depressione e accettazione.

Il suo contributo è stato fondamentale per riportare l’esperienza del morire all’interno del dialogo umano e clinico. Tuttavia, queste reazioni non devono essere interpretate come cinque gradini che ogni persona deve necessariamente percorrere nello stesso ordine.

I materiali utilizzati per questo contributo sottolineano infatti che il lutto non è lineare e non è uguale per tutti. 

Possiamo avere una giornata relativamente serena e piangere il giorno successivo. Possiamo tornare al lavoro e, settimane dopo, sentirci travolti ascoltando una canzone. Un compleanno, un anniversario, un profumo o un luogo possono riattivare improvvisamente emozioni molto intense.

Non significa necessariamente che il percorso sia fallito o che si sia tornati indietro.

William Worden propone una visione particolarmente utile: elaborare il lutto comporta confrontarsi con la realtà della perdita, attraversare il dolore, adattarsi a un mondo cambiato e trovare una forma duratura di legame con la persona morta mentre la propria vita continua. 

Elaborare non significa dimenticare

Forse uno dei timori più profondi è proprio questo: “Se un giorno starò meglio, significherà che lo sto dimenticando?”

Elaborare un lutto non richiede di cancellare la persona dalla propria vita.

Il rapporto cambia perché non può più esistere nella forma precedente, ma può continuare attraverso i ricordi, gli insegnamenti ricevuti, le fotografie, i rituali familiari, i valori condivisi e ciò che quella relazione ha lasciato dentro di noi.

Con il tempo può diventare possibile ricordare senza essere ogni volta travolti dalla stessa intensità del dolore.

Non si tratta quindi di scegliere tra ricordare e continuare a vivere.

Possiamo fare entrambe le cose.

Il lutto è anche questo difficile processo di trasformazione: imparare progressivamente a vivere in un mondo nel quale una persona amata non è più fisicamente presente, trovando per lei un posto diverso nella nostra storia.

E forse la domanda non è tanto “Quando smetterò di sentire la sua mancanza?”, quanto:

“Come posso continuare a vivere portando con me ciò che questa persona ha rappresentato?”

È da questa domanda che può iniziare una parte importante del percorso di elaborazione.

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