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Anziano Fragile e Paziente Anziano Fragile

Anziano Fragile e Paziente Anziano Fragile

La popolazione italiana sta diventando progressivamente più vecchia, così come sta accadendo nelle società “cosiddette più evolute” e, in generale, in tutto il Mondo. La progressiva riduzione della natalità e della mortalità e la facilità di accesso alle cure e agli interventi preventivi, hanno sicuramente determinato un innegabile progresso sociale, ma parallelamente il progressivo aumento negli ultimi decenni dell’aspettanza di vita, ha dato origine a quello che ormai si può definire come “pianeta anziani”, con tutte le conseguenti ripercussioni sul piano sociale, economico, sanitario.

Secondo i dati ISTAT in Italia i soggetti over 65 nel 2005 erano il 20% della popolazione totale, nel 2016 il 22% e nel 2026 sono arrivati al 25%. La vecchiaia è una variabile dipendente dalla storia individuale, familiare e sociale, così come la durata media della vita, e quindi anche il concetto di invecchiamento, è una nozione statistica. Tale processo di invecchiamento è però inegualmente distribuito nel territorio nazionale, raggiungendo un picco in Liguria, dove oltre una persona su quattro è ultrasessantacinquenne, percentuali leggermente sopra la media sia al nord sia al centro e nettamente inferiori nel meridione, con un minimo in Campania, dove è anziano solo il 15-17% della popolazione.

A tal proposito leggiamo quanto riportato dall’ISTAT, che ci segnala come, se è vero che la quota di over-65enni stia crescendo, dobbiamo anche ricordare come tale quota, oggi, non abbia le caratteristiche fisiche, psichiche, di autonomia ecc. proprie dei pari età di 20 anni orsono.

“Al 1° gennaio 2026 si stima un’età media della popolazione residente di 47,1 anni, in crescita di mezzo punto decimale (sei mesi) rispetto al 1° gennaio 2025. Il Centro si conferma la ripartizione più anziana (47,7 anni, oltre sei punti decimali sopra la media nazionale), seguita dal Nord (47,3 anni), mentre il Mezzogiorno rimane la ripartizione più giovane (46,4 anni).

La popolazione fino a 14 anni è pari a 6 milioni 852mila individui (11,6% del totale), in calo di 168mila unità rispetto al 2025. La popolazione in età attiva (15-64enni) ammonta a 37 milioni 270mila (63,2% del totale), con una riduzione di 73mila individui sull’anno precedente. Gli over 65enni sono 14 milioni 821mila (25,1% del totale), oltre 240mila in più rispetto all’anno precedente. Crescono gli ultra-ottantacinquenni che raggiungono i 2 milioni 511mila individui (+101mila) e rappresentano il 4,3% della popolazione totale. Infine, gli ultracentenari ammontano a 24mila e 700 unità, oltre 2mila in più rispetto all’anno precedente.”

“Il processo di invecchiamento interessa l’Unione europea nel suo insieme. Diminuisce il peso della popolazione giovanile e in età lavorativa mentre cresce quello degli individui sopra i 65 anni.
Al 1° gennaio 2025, nell’Ue27, i giovani di età compresa tra 0 e 14 anni rappresentano il 14,4%, le persone in età attiva il 63,6%, gli anziani il 22,0%. Le quote più elevate di giovani si osservano in Irlanda (18,5%), Svezia (16,8%) e Francia (16,6%). L’Italia presenta la percentuale più bassa di giovani (11,9%) e la maggiore di anziani (24,7%)”,

“Anche se diffusamente accettato, il concetto di invecchiamento della popolazione basato sul mero conteggio delle persone che superano i 65 anni rappresenta una semplificazione, retaggio del passato. L’anziano di oggi conduce uno stile di vita diverso e gode di una salute migliore rispetto ai coetanei del passato. La soglia di ingresso nella cosiddetta terza età tende infatti a spostarsi in avanti, progredendo con le capacità fisiche e intellettuali del capitale umano che si riflettono anche sulle condizioni socio-economiche.

Come misura alternativa, il processo di invecchiamento si può misurare, tra le varie possibilità, con indicatori dinamici basati sulla speranza di vita residua. Ad esempio, se si assumesse come parametro fisso la speranza di vita residua a 65 anni degli uomini nel 1960 (pari a 13,1 anni), nel 2025 sarebbero considerati anziani coloro che hanno un’età pari a 74 anni per gli uomini e a 77 per le donne. In tale circostanza, la quota di popolazione anziana, quella che cioè insiste su tali soglie, sarebbe solo del 12,3%, ovvero la metà rispetto al 24,7% basato sul concetto anagrafico della quota di individui di 65 anni e più. Ciò evidenzia come una soglia dinamica permetta di valutare l’invecchiamento tenendo conto dei mutamenti reali nel tempo della sopravvivenza, pervenendo a un ordine di grandezza del fenomeno sensibilmente inferiore, con la possibilità di valutarne meglio l’impatto”.

Da Istat.it (Comunicato Stampa)

 

Nel corso dell’ultimo secolo, i notevoli progressi in medicina e sanità pubblica hanno sostanzialmente esteso l’aspettativa di vita, determinando transizioni sia demografiche che epidemiologiche. Questi cambiamenti hanno dato origine a complesse sfide cliniche, sociali ed economiche. I sistemi sanitari, storicamente progettati per affrontare condizioni acute e isolate nelle popolazioni più giovani, rimangono insufficientemente adattati alle esigenze multidimensionali di una popolazione che invecchia. In questo scenario, è urgente ridefinire le strategie di assistenza geriatrica che diano priorità all’indipendenza funzionale, migliorino la qualità della vita e affrontino la complessa interazione tra invecchiamento, malattie croniche, influenze ambientali e i loro effetti cumulativi sulla capacità funzionale.

Fragilità (da Epicentro.iss.it)

Nonostante ad oggi, a livello internazionale, non si sia raggiunta una definizione univoca di fragilità nell’anziano, alcuni fattori sono riconosciuti come associati a una maggiore vulnerabilità, sia in termini di salute complessiva sia in termini di perdita funzionale nella sfera fisica, psichica e sociale. Vulnerabilità che può rappresentare un precursore o comunque un fattore di rischio per la fragilità. In PASSI d’Argento si definisce anziano fragile la persona non disabile, ossia autonoma in tutte le ADL, ma non autonoma nello svolgimento di due o più funzioni complesse, le IADL (come preparare i pasti, effettuare lavori domestici, assumere farmaci, andare in giro, gestirsi economicamente, utilizzare un telefono).

Dai dati di PASSI d’Argento 2023-2024 risultano fragili circa 16 persone su 100. La fragilità è una condizione senza differenze significative tra uomini e donne, ma che cresce progressivamente con l’età, riguarda l’8% dei 65-74enni e raggiunge il 31% fra gli ultra 85enni; è anch’essa associata allo svantaggio socio-economico, sale al 24% fra le persone con molte difficoltà economiche (vs 14% tra chi non ne riferisce) e al 24% fra le persone con bassa istruzione (vs 12% fra chi ha un livello di istruzione alto). La quasi totalità delle persone con fragilità (98%) riceve aiuto per svolgere le funzioni delle attività della vita quotidiana per cui non è autonomo (IADL). Tuttavia, questo aiuto è sostenuto per lo più dalle famiglie, dai familiari direttamente (95%) e/o da badanti (24%), ma anche da conoscenti (15%); meno del 3% riferisce di ricevere aiuto a domicilio da operatori socio-sanitari delle ASL o dei Comuni, ancora meno (meno di 5 persone su 1000) ricevono assistenza da un centro diurno. Una piccola quota è sostenuta da associazioni di volontariato (1%). Esiste un gradiente Nord-Sud della fragilità a sfavore delle Regioni meridionali (19% vs 17% nel Centro e 11% nel Nord).

L’analisi temporale mostra una riduzione, lenta ma significativa, della quota di fragili e disabili dal 2016 ad oggi e in questa lenta riduzione si osserva un calo repentino dal 2021 che non si può escludere sia associato all’eccesso di mortalità correlata al COVID-19, che ha investito il nostro Paese colpendo le persone più anziane e certamente più vulnerabili per condizioni di salute.

Sempre più spesso sulla stampa quotidiana si fa riferimento al problema dell’anziano fragile e del paziente anziano fragile; il tipico paziente geriatrico è, rispetto agli altri pazienti, più anziano, più malato, più complicato e più fragile.

Indipendentemente dall’interpretazione concettuale della fragilità, è condivisa unanimemente la definizione di anziano fragile come: un soggetto di età avanzata o molto avanzata, affetto da multiple patologie croniche, clinicamente instabile, frequentemente disabile, nel quale sono spesso coesistenti problematiche di tipo socio-economico, quali soprattutto solitudine e povertà.

I fattori che contribuiscono a definire la fragilità dell’anziano sono molteplici e di diversa natura: ·

  • Comorbilità grave
  • Invecchiamento avanzato con conseguente labilità omeostatica
  • Alimentazione incongrua
  • Polifarmacoterapia complessa
  • Stato socio-ambientale critico
  • Rischio o presenza di dipendenza funzionale
  • Abuso alcolico o di fumo
  • Povertà, sedentarietà e solitudine
  • Alto rischio di ospedalizzazione
  • Istituzionalizzazione Il paziente anziano fragile l’individuo dove elementi sociali, psicologici e fisici confluiscono nel determinismo dello stato di sofferenza.
  • La fragilità si potrebbe quindi intendere come una condizione fisiopatologica, età-correlata, di vulnerabilità derivante dalla compromissione della riserva omeostatica e della ridotta capacità dell’organismo dell’anziano di reagire agli eventi stressanti; ovvero può essere immaginata come il risultato della contemporanea presenza di deficit, di diversa entità, a carico di varie funzioni o organi, per cui una minima condizione stressante può determinare ripercussioni anche gravi sullo stato di salute del soggetto. Da ciò deriva l’alto rischio di dipendenza, istituzionalizzazione, cadute, incidenti, morbilità acuta, ospedalizzazione e morte.
  • La medicina basata sull’evidenza ha ormai chiaramente indicato le due vie da seguire per contrastare la fragilità tipica dell’età avanzata, cioè la prevenzione, da una parte, e l’intervento integrato sociosanitario indispensabile per assicurare la continuità assistenziale degli anziani fragili, dall’altra.

 

La medicina geriatrica ha risposto a questa sfida adottando una prospettiva funzionale piuttosto che centrata sulla malattia. Inizialmente focalizzata sulla gestione della disabilità, la disciplina si è progressivamente evoluta verso la prevenzione e la gestione precoce del declino funzionale negli anziani, consentendo così lo sviluppo di approcci preventivi.

In questo contesto, il Consorzio spagnolo di ricerca sulla fragilità e l’invecchiamento sano (CIBERFES), finanziato dall’Instituto de Salud Carlos III, si è assunto la responsabilità di fornire un documento di consenso sulla fragilità, a cui fa riferimento questo collegamento.

 

Leggiamo:

La fragilità è l’espressione di una sindrome fenotipica clinica associata all’età, guidata dalla biologia dell’invecchiamento, dalle esposizioni ambientali nel corso della vita e dal carico di malattia. La sua base fisiologica risiede in un declino eterogeneo della riserva funzionale nei sistemi d’organo, accompagnato da un’omeostasi compromessa e da una ridotta capacità di rispondere agli stressor, predisponendo in ultima analisi a esiti negativi per la salute, principalmente disabilità, come concordato da un gruppo di esperti utilizzando il metodo Delphi.

Da questa definizione, le principali caratteristiche della fragilità sono le seguenti:

  • La fragilità è una sindrome che non solo precede la disabilità, ma ne costituisce anche il principale fattore di rischio. In altre parole, dovrebbe essere considerata uno stato pre-disabilità.
  • La fragilità si colloca all’interno del continuum funzionale che va dalla massima autonomia funzionale e capacità intrinseca (robustezza) alla massima disabilità e dipendenza.
  • La fragilità è una condizione progressiva con una fase prodromica o preclinica comunemente definita pre-fragilità, che si stima colpisca fino al 50% degli anziani che vivono in comunità. Sebbene la pre-fragilità sia stata tradizionalmente definita dalla presenza di uno o due criteri di fragilità, non esiste ancora un consenso sulla sua definizione operativa, sui valori soglia, sulla rilevanza clinica o sulle implicazioni prognostiche. Sono pertanto necessarie ulteriori ricerche per caratterizzare e identificare con precisione questa fase precoce della fragilità.
  • L’eziopatogenesi della fragilità è multifattoriale. Sebbene la biologia dell’invecchiamento svolga un ruolo primario, altri fattori, tra cui malattie, altre sindromi geriatriche, abitudini di vita, aspetti genetici, farmaci, aspetti mentali (cognizione, affettività, ansia) o aspetti psicosociali ed economici tra gli altri, possono innescare, accelerare, proteggere o modulare la fragilità. Questi fattori possono anche contribuire all’emergere di distinti sotto-fenotipi clinici o biologici, con maggiore predominanza su forza, mobilità, peso o affaticamento.
  • Il suo esordio e la sua progressione possono essere prevenuti, ritardati, rallentati o invertiti con interventi specifici mirati ai fattori di rischio, alcuni dei quali hanno già solide prove. Infatti, è stato dimostrato che il trattamento della fragilità è una delle principali strategie per prevenire o ritardare la disabilità e la dipendenza. Sfortunatamente, una volta che il livello funzionale di dipendenza ha raggiunto una gravità sufficiente, la reversibilità è fortemente compromessa e complessa.
  • La fragilità non è sinonimo di invecchiamento: non tutti gli anziani sono o saranno fragili. Sebbene la biologia dell’invecchiamento contribuisca in modo rilevante alla fisiopatologia della fragilità, quest’ultima non si manifesta in tutti gli anziani e può comparire a età molto diverse. Persino i novantenni o i centenari potrebbero non essere fragilie gli anziani potrebbero morire senza mai essere diventati fragili.

Leggiamo, adesso, dalla Rivista “I Luoghi della Cura”:

Vecchiaia e fragilità sono da sempre associati. La parola fragilità indica una condizione di debolezza, infatti deriva dall’espressione latina “frangere”, che significa rompere o rompersi. Ma il contenuto della parola “fragilità” può essere molto ampio, determinato da molti aspetti storici e culturali, per cui, per poter studiare o almeno descrivere la fragilità occorre una definizione che, come tutte le misure, non può non essere sia convenzionale che reale.

In gerontologia la “fragilità” è la condizione per cui si è ridotta la riserva funzionale, vi è minor capacità di rispondere agli stress con quindi difficoltà a ritornare alla condizione precedente (figura 1).

Figura 1 – Rappresentazione schematica della dinamica della fragilità

Commentando la figura (modificata da un citatissimo articolo di Lancet – Clegg et al., 2013), si nota come:

  • la fragilità è diversa dalla non autosufficienza, dalla dipendenza
  • un evento avverso biologico, psichico o sociale può ridurre l’autonomia della persona e avvicinarla alla dipendenza
  • nel caso di organismo robusto, questo avviene temporaneamente e poi si ritorna alla situazione funzionale precedente. Nel caso di un organismo fragile, il recupero non è completo, è più vicino di prima alla dipendenza, si è ridotta la riserva di autonomia funzionale.

 

Alla ricerca dei Biomarcatori di fragilità

Gli sforzi di ricerca attuali si concentrano sull’identificazione di fattori biologici e clinici e biomarcatori in grado di caratterizzare accuratamente questa condizione e i suoi mediatori, nel tentativo di migliorarne la diagnosi e il monitoraggio sia della sua evoluzione che della risposta agli interventi. Tuttavia, a causa della sua origine complessa e multisistemica, della presenza di diverse condizioni cliniche e subcliniche e della mancanza di un consenso su una definizione e un metodo di valutazione universalmente validati, l’identificazione del biomarcatore o dell’insieme di biomarcatori “unici” rimane una sfida.

Segnaliamo alcuni markers biologici segnalati ed utilizzati:

  • marcatori correlati all’infiammazione (CXCL13, interleuchina IL1A, IL-6, IL-8, IL-10, miR-125b-5p, omocisteina, proteina C-reattiva, fibrinogeno, molecola di adesione intercellulare solubile-1, fattore di necrosi tumorale-alfa e miR-21),
  • stress ossidativo (potenziale antiossidante biologico, prodotti finali di glicazione avanzata, derivato dei metaboliti reattivi dell’ossigeno, ciclo del glutatione, livelli totali di tioli, malondialdeide e carbonilazione proteica),
  • disfunzione mitocondriale (fattore di crescita e differenziazione-15),
  • metabolismo (modello omeostatico di valutazione della resistenza all’insulina, fattore di crescita insulino-simile-1, miostatina, adiponectina, sirtuina-1 e 3, klotho), muscolo (pax7, myf5, myod, muf6, mstn)
  • ed endocrino (testosterone libero e totale, diidrotestosterone, estradiolo, globulina legante gli ormoni sessuali), sono stati correlati alla fragilità secondo il fenotipo della fragilità.
  • Percorsi diversi, come l’immunità innata, la crescita/senescenza cellulare, la fibrosi/metabolismo e una serie di proteine ​​non ampiamente descritte nell’invecchiamento umano.
  • ecc.

Quali Scale di Valutazione sono da utilizzare?

Negli anni sono stateindividuate ed utilizzate varie Scale di Valutazione, alcune specifiche per valutare la sola Fragilità. Queste saranno oggetto di un apposito Capitolo nella Sezione dedicata alla Valutazione Multi-Dimensionale.

Voci bibliografiche consultate ed utilizzate

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