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Fonte immagine: I Luoghi della Cura
L’attuale realtà sanitaria italiana risulta caratterizzata da una progressiva crescita di richieste di intervento sanitario nell’ambito di una popolazione sempre più anziana, con sempre maggiori comorbilità, e portatrice di patologie che sempre più superano la fase acuta per trasformarsi in patologie necessitanti frequenti trattamenti medici di stabilizzazione o di cura per riacutizzazioni eo complicazioni (Pesaresi e Simoncelli, 2002; Cadeddu et al., 2005).
Risulta pertanto rilevante approfondire nuovi modelli di assistenza che maggiormente soddisfino le esigenze di questa utenza, anche considerando la progressiva riduzione della potenzialità di assistenza da parte dei familiari caregivers (Golini et al., 2003; Danieli et al., 2000; Tellini et al., 2000; Lucchetti et al., 2005; Diecidue et al., 1994; Bollettino Ufficiale Regione Marche, 1998; Guzzanti, 1998; Punzi et al., 1997). L’attivazione dei Reparti di Medicina LungoDegenza (o post-acuzie) si colloca proprio in questa fase di cambiamenti strutturali del sistema sanitario sia a livello nazionale sia regionale, rappresentando una diretta conseguenza delle modificazioni derivanti dalla rimodulazione della rete ospedaliera (tendenza alla riduzione dei posti letto con centralizzazione dei reparti di acuzie, riduzione generalizzata della durata della degenza per acuti, tendenza alla progressiva diversificazione specialistica dei posti letto per la funzione di base, finanziamento degli ospedali in base ai DRG) e costituisce una delle possibili opzioni su cui lavorare per ottimizzare le risorse umane ed economiche (Ferrara et al., 2000; Regione Marche, 1999; Rozzini et al., 1992; Meschi et al., 2004).
Ecco così che se da un lato si privilegiano i reparti di eccellenza, dall’altro molti ospedali sentono l’esigenza di creare appositi reparti di LungoDegenza al fine di creare un ambiente degenziale per quei pazienti che non potrebbero ragionevolmente proseguire la loro degenza in reparti per acuti.
Sul piano numerico, mentre fino al Piano Sanitario Nazionale del 2006-2008 si individuavano in 1 ogni 1000 abitanti i posti ospedalieri per la post-acuzie (da suddividersi alla pari tra la Riabilitazione e la LungoDegenza), con gli attuali piani di rientro definiti dal Patto per la Salute 20102012 con l’Accordo Stato-Regioni tale posto si è ridotto a 0,7 su mille abitanti, attivando anche azioni correttive volte da un lato al miglioramento dell’appropriatezza dei ricoveri e dall’altro alla riduzione dei costi e della durata di degenza (Bollettino Ufficiale Regione Piemonte, 1991-2012). Mentre per alcune regioni la Medicina LungoDegenza ha rappresentato un settore di cure riservato al solo settore privato, attualmente anche gli ospedali pubblici stanno organizzando questi tipi di reparti. Reparti che non possono e non devono assolutamente essere confusi con quelli delle Rsa, ove la cronicità ha valenze soprattutto assistenziali e meno sanitarie (Libow, 2000; Merlis, 2000; Gambardella et al., 2002; Cacciatore et al., 1998; The Italian Longitudinal Study on Aging Working Group, 1997).
Trattata per la prima volta nel cosiddetto Decreto Donat Cattin (Pesaresi e Simoncelli, 2002; Cadeddu et al., 2005) nel 1988 la normativa di riferimento tecnicoculturale-organizzativa risulta attualmente nelle mani delle regioni, titolari della competenza a deliberare a tale merito.
Tale Decreto elenca il fabbisogno organizzativo e di risorse per ogni singolo modulo composto da 32 posti letto o multipli, dando anche una prima definizione delle tipologie di pazienti ospitabili in tali reparti, vale a dire:
Particolare riguardo deve essere posto dalle Unità Operative (autonome o non autonome) alla qualità della vita dei Pazienti ricoverati, favorendone la socializzazione ed il recupero funzionale, ricorrendo ad operatori della riabilitazione, psicologi, animatori ecc. (Pesaresi e Simoncelli, 2002; Cadeddu et al., 2005). Con le normative successive (1992) si cominciava a differenziare la Lungodegenza medica post-acuzie da quella riabilitativa, differenza non sempre chiara e netta nelle successive normative regionali, dando comunque ad entrambe la dignità di unità operative all’interno della continuità assistenziale.
Tali Linee Guida indicavano anche la durata massima della degenza, comunque stimabile in 60 giorni, con un abbattimento della retta riconosciuta alla struttura (retta calcolata per giornata di degenza e non per prestazione a DRG) del 40% una volta superata tale soglia, con ulteriori provvedimenti penalizzanti per degenze troppo protratte (Pesaresi e Simoncelli, 2002; Cadeddu et al., 2005). Con l’inizio degli anni 2000 è stato, infine, attivato l’accreditamento istituzionale al Servizio Sanitario Nazionale, un iter autorizzativo in cui vengono sottoposte ad Audit le strutture sanitarie private e pubbliche, alle quali spetta di dimostrare il possesso di una serie di requisiti strutturali, tecnologici, impiantistici ed organizzativi (oltre ai requisiti previsti dalla legislazione in tema di sicurezza, abbattimento barriere architettoniche e protezione dall’incendio) per poter esercitare prestazioni mediche (o più genericamente servizi legati al settore della sanità) per conto del Sistema Sanitario Nazionale. Nel caso della LungoDegenza sono stati definiti requisiti comuni a tutte le altre Degenze Mediche, almeno nel caso della Regione Piemonte (“Manuale per l’Accreditamento delle Strutture Sanitarie Pubbliche e Private” della Regione Piemonte).
Esistono comunque molte differenze organizzative delle LungoDegenze a seconda della regione considerata e della natura giuridica e tali differenze sono ascrivibili a:
Per tutte le regioni sono invece comuni le procedure di ricovero, vale a dire: redazione di una proposta di ricovero giustificativa (“protocollo”), da accettare o meno da parte dell’Unità Operativa di LungoDegenza, specifica documentazione sia di tipo sanitario (lettera di dimissione medica ed infermieristica) sia di tipo amministrativo avente valore di impegnativa. Sono inoltre comuni i requisiti di competenza: assistenza medica ed infermieristica continuativa, terapie mediche, dietetiche, esami laboratoristici e strumentali di ogni livello, medicazioni, riabilitazione di I livello o riattivazione, assistenza diretta e di tipo alberghiero, cure preventive (ad esempio per le lesioni da decubito, le cadute, ecc.), interventi psicologici, interventi di tipo socio-assistenziale con attività di informazione e formazione dei pazienti ma, soprattutto, dei caregivers, nonché interventi di relazione con gli altri Servizi della rete della Continuità Assistenziale (Unità di Valutazione Geriatrica UVG,ADI, ecc.(Pesaresi e Simoncelli, 2002; Cadeddu et al., 2005).
Fondamentale risulta inoltre essere, per tutte le realtà operative, la redazione di appositi indicatori (sia di efficacia sia di efficienza), relativi sia all’appropriatezza della degenza sia delle cure effettuate, agli outcomes (utilizzando anche apposite Scale proprie della Valutazione Multi Dimensionale-VMD), alla registrazione di eventi avversi e sentinella, nonché al gradimento di pazienti, familiari ed operatori. In quest’ottica, la Medicina post-acuzie si dovrà ispirare ai concetti di multidimensionalità e di multidisciplinarietà tipici della cultura geriatrica, proprio per le caratteristiche della popolazione, riconducibili a quelle del cosiddetto “anziano fragile” (Pesaresi e Simoncelli, 2002; Cadeddu et al., 2005; Wensing et al., 2001; Marchionni et al., 1988; Pryor et al., 1988; Rudman et al., 1993; Tammaro et al., 2000; Crepaldi, 1993). Sul piano sanitario, la realtà della Medicina LungoDegenza nasce come annoverabile nell’ambito delle “scienze mediche internistiche”, anche se i non pochi collegamenti e le affinità con la Geriatria, dalla quale ne acquisisce alcune peculiarità (il concetto di fragilità dei pazienti, la comorbilità, l’utilizzo della VDM ecc.), fanno sì che, attualmente, la Medicina Lungo Degenza rappresenti una equilibrata “fusione” tra queste due specialità mediche.
Si segnala inoltre come, contrariamente a quanto si possa inizialmente ipotizzare, la preparazione dei medici che si dedicano a tale settore deve essere la più ampia e flessibile possibile, sia sugli eventi acuti che sulla cronicità, risultando necessarie conoscenze non solo negli ambiti internistici e geriatrici, ma anche in quelli neurologici, ortopedici, fisiatrici, chirurgici ecc., senza dimenticare la necessaria, ma non sempre conosciuta dai medici, cultura del nursing, elemento integrativo dell’assistenza medica importante per incrementare la cultura condivisa con il resto del personale che assiste e cura i pazienti stessi.
L’esperienza della Casa di Cura “Villa Iris” di Pianezza (TO).
Scopo dello studio è la descrizione della popolazione ricoverata, delle prestazioni, degli outcomes ottenuti e delle peculiarità proprie del più grosso reparto di Medicina LungoDegenza esistente nella regione Piemonte; descrizione finalizzata prevalentemente a definire le attività svolte nei reparti di LungoDegenza oltre che ad incrementarne le finora limitate evidenze su tale tipologia di reparti.
Sulla base della VDM utilizzata si apprende come i pazienti arruolati e ricoverati in un reparto di Medicina LungoDegenza siano: prevalentemente non autosufficienti per motivi medici; con parziale ma statisticamente significativo recupero dell’autosufficienza nel corso della degenza; a grande rischio di caduta, rischio che diminuisce significativamente nel corso della degenza; discretamente non autosufficienti all’ingresso, con successivo parziale ma significativo miglioramento dell’autonomia funzionale; portatori di discreta comorbilità, con progressivo successivo significativo miglioramento del compenso clinico; nonché bisognosi di una discreta assistenza infermieristica che diminuisce quantitativamente in modo significativo nel corso della degenza.
L’analisi degli altri parametri valutati ha altresì evidenziato la “fragilità” dei pazienti ricoverati; un prevedibile tasso di mortalità in un contesto di pazienti di età molto avanzata, prevalentemente di sesso femminile e portatori di elevata comorbilità e patologie complesse; un progressivo incremento delle problematiche sociali e familiari dei pazienti, problematiche che certamente possono, direttamente ed indirettamente, aggravare anche il quadro clinico; il miglioramento generale delle lesioni da decubito presenti all’ingresso; la necessità di continue verifiche degli eventi avversi in una popolazione di soggetti fragili e a rischio clinico; l’utilità di relazione con familiari e caregivers, frequentemente ignari dei bisogni assistenziali dei pazienti e delle opportunità gestionali degli stessi offerti dalle ASL e dalle Unità Valutative Geriatriche; i crescenti bisogni assistenziali e non solo sanitari dei pazienti ricoverati, tali da dover spesso prolungare la degenza; nonché l’utilità confermata dal ricorso a trattamenti riabilitativi.
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