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Fonte: Pixabay.com
Il riposo a letto è il primo rimedio che il medico generalmente prescrive per molte patologie acute ed è anche quello che tutti noi (o quasi) vorremmo ci fosse prescritto allorquando “malati” o “indisposti”. Purtroppo lo “stare a letto” senza reali indicazioni, in molte patologie invalidanti croniche (neurologiche e non) rappresenta una delle concessioni che non devono essere fatte al paziente, che anzi deve essere invitato, anche se contrario, a lasciarsi mobilizzare o mobilizzarsi autonomamente, rimanendo fuori dal letto più ore possibili durante il giorno.
La mobilizzazione precoce del paziente (vale a dire alzare dal letto il Paziente per posizionarlo, almeno inizialmente in sedia o carrozzina) è una delle prime regole che il personale sanitario ed i familiari devono attuare per stimolare il recupero, ridurre il grado di non-autosufficienza e, soprattutto, per evitare la pericolosa “Sindrome da Immobilizzazione” (o da “allettamento” od “ipocinetica”), che è la somma di tutte quelle modificazioni fisiopatologiche indotte dallo stare a letto. Alla lunga, tali modificazioni non solo impediranno al paziente di potersi alzare senza stare male, ma diminuiranno la durata di vita stessa esponendolo a gravi e pericolose complicazioni, talora letali (tipo infezioni, piaghe da decubito ecc.).
La sindrome da immobilizzazione interessa tutti gli organi, risultando essere indipendente dalla malattia che ha determinato l’inattività a letto, più grave nelle persone anziane ed in quelle reduci di interventi chirurgici, di infezioni e/o cadute complicate.
Alla base dell’allettamento nel 55% dei casi circa c’è una malattia medica, nel 30% una patologia chirurgica e/o traumatica e nel rimanente 15% malattie neuropsichiatriche e fattori sociali. Importanti concause sono rappresentate dalla comorbilità (presenza di patologie croniche invalidanti), trattamenti farmacologici ed atteggiamenti socio-comportamentali.
Il maggior rischio della sindrome d’allettamento per i Pazienti Anziani è prevalentemente riconducibile proprio al concetto di “fragilità” precedentemente definito, coinvolgenti svariati fattori tra cui il fisiologico decadimento delle prestazioni fisiche, la riduzione della capacità funzionale degli apparati, fattori economici, sociali, maggiore morbilità per patologie croniche e la debolezza psicologica.
Tra i fattori biologici sono compresi:
Tra i fattori psicologici ricordiamo la depressione, il timore di cadute e la perdita dell’abitudine al movimento (ad es. per decondizionamento da riposo prolungato a letto dopo malattie acute), condizioni che inducono i pazienti a mettersi più spesso o a stazionare più a lungo tra poltrona e letto.
I fattori socio-ambientali, che il più delle volte giocano il ruolo di aggravanti, comprendono innanzitutto l’inadeguatezza del supporto sociale, che può causare solitudine, indigenza e malnutrizione con conseguente impatto negativo sulla funzionalità motoria.
L’immobilizzazione forzata a letto, quale si osserva spesso nei reparti ospedalieri per la cura di patologie acute o negli istituti di assistenza nei confronti di anziani con problemi di instabilità, di deficit visivi o di malattie acute, in assenza di programmi idonei di mobilizzazione, da un lato può precipitare una condizione motoria già precaria e dall’altro può essere la causa dello scompenso multisistemico che configura i gradi più estremi della sindrome da immobilizzazione.
La presenza di barriere architettoniche (ad es. gradini) e l’assenza di ausili per il movimento (ad es. bastoni o altri tipi di appoggi mobili, calzature apposite, sponde o corrimani appropriatamente posizionati), sia negli istituti di ricovero che in ambiente domestico, possono altresì ostacolare le prestazioni motorie.
Naturalmente questi fattori spesso interagiscono tra di loro ed è da tale interazione che dipende la velocità con cui si instaura e progredisce la sindrome da immobilizzazione. Ad esempio a parità di condizioni psico-fisiche, l’assenza di un supporto sociale adeguato o la presenza di condizioni ambientali sfavorevoli può condizionare negativamente la performance motoria, ostacolando il recupero della mobilità ed influenzando pertanto il quadro della disabilità.
Essa si manifesta chiaramente dopo 2/3 settimane di riposo a letto, quando cioè il paziente presenta i disturbi relativi alla patologia di base più i sintomi legati all’inattività fisica ed alla protratta postura orizzontale.
A carico di tutti gli organi si manifestano alterazioni del regolare funzionamento, che alla lunga si trasformano in vere e proprie nuove malattie. In particolare si ha:
Segnaliamo, inoltre, alcune importanti Evidenze ricordateci dalla Letteratura:
Le principali complicazioni sono:
E’ bene ricordare come un Paziente anziano deve temere, per la propria sopravvivenza, non tanto la propria malattia, quanto le sue complicazioni.
Il paziente deve essere lasciato a letto:
Il paziente non dovrà essere tenuto a letto solo perché lo desideri senza fondate motivazioni, accontentandolo con un gesto, in pratica, poco umanitario; o solo per evitarsi una fatica assistenziale o, peggio ancora, solo perché incontinente.
Ecco perchè dobbiamo sempre mobilizzare i nostri Pazienti, salvo controindicazioni! Non dimentichiamo, inoltre, che se li mobilizziamo quotidianamente facciamo un grosso lavoro a noi stessi, riducendo successivi carichi di lavoro (lesioni da pressione, disfagia, stipsi, confusione ecc.) correlate alle complicazioni dell’allettamento.
Direttore Responsabile: Dr. Gian Carlo Giuliani
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